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🇮🇹 ITALIA — Quando Emma Bonino si fece arrestare per il diritto all’aborto

Date

11 Sep 2026

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Il 15 giugno del 1975 davanti al seggio di Bra, in provincia di Cuneo, era chiaro un po’ a tutti che qualcosa stava per accadere. Erano presenti gli inviati dei grandi giornali e delle agenzie di stampa, i fotografi e un centinaio di membri del Partito Radicale, di femministe e di attiviste del CISA, il Centro Informazione per la Sterilizzazione e l’Aborto dove si praticavano le interruzioni di gravidanza. In quel momento in Italia, in base al codice penale fascista conosciuto come codice Rocco, l’aborto era considerato un delitto «contro l’integrità e la sanità della stirpe»: un atto diretto contro lo Stato, dunque, punito, così come il procurato aborto e l’istigazione, con pene gravissime.

Intorno alle 10 del mattino al seggio arrivò Emma Bonino. Aveva 27 anni. Dopo aver consegnato il proprio documento entrò nella cabina per votare e non appena uscita si rivolse al presidente: «Presidente, sono colpita da un mandato di arresto, mi consegno a lei», disse. Per qualche minuto non accadde nulla e quando il presidente invitò Bonino a uscire, ad attenderla c’era un brigadiere. Bonino venne fermata in base a un mandato di arresto emesso mesi prima, accompagnata in caserma e poi da lì nel carcere di Cuneo e infine in quello di Firenze, dove il reato era stato commesso.

La decisione di Bonino di farsi arrestare faceva parte di una strategia più ampia portata avanti in quegli anni dai Radicali e dai collettivi femministi: rivendicare pubblicamente di aver trasgredito la legge attraverso le autodenunce per aborto e in questo modo svelare l’ipocrisia dello Stato, mettendolo davanti alla paradossale situazione di non poter applicare quella legge che tante, troppe, dicevano ora di aver violato.